"Tivoli nella Camera degli sposi" di Andrea Mantegna (prima parte)

a cura di Roberto Borgia

L'accordo per la valorizzazione della Rocca Pia a Tivoli, firmato il 19 aprile 2018 tra il sindaco di Tivoli Giuseppe Proietti, l'Agenzia del Demanio e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, mi porta a parlare di quel capolavoro assoluto del Rinascimento che è la decorazione pittorica della Camera degli Sposi, nel piano nobile del torrione nord est del castello di San Giorgio a Mantova, cui il pittore Andrea Mantegna (1431-1506) attese, con una certa discontinuità, per circa nove anni (1465-1474).
I dipinti della Camera Picta (cioè "camera dipinta", come era in origine nota) costituiscono un prototipo esemplare di concezione decorativa unitaria di un ambiente, in chiave ottica e prospettica. Su una zoccolatura in finto marmo che fa da proscenio si muovono i protagonisti della rappresentazione, resi visibili dallo scostamento delle tende che chiudono i lati sud ed est; la finzione architettonica si giova sulle pareti di finte lesene, che scandiscono le pitture, e sopra di esse continua dai capitelli pensili attraverso le vele della volta, culminando nel tondo centrale, il celebre oculo prospettico dal quale affacciano varie figure che scrutano verso il basso. Questo voleva ricordare il celebre oculo del Pantheon.
Al suo interno, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone (riferimento agli animali esotici presenti a corte, piuttosto che simbolo cristologico) e un vaso, sullo sfondo di un cielo azzurro.


Ingrandisce foto Tivoli nella Camera degli sposi

Per rafforzare l’impressione dell’oculo aperto, Mantegna dipinse alcuni putti in bilico aggrappati al lato interno della cornice. Ci sono anche delle fanciulle colte in atteggiamenti diversi e le loro espressioni giocose sembrano suggerire la preparazione di uno scherzo. Il pesante vaso di agrumi è infatti appoggiato a un bastone e le ragazze attorno sembrano in procinto di farlo cadere. Sulla parete ovest è rappresentata tutta la corte in modo piuttosto informale, sorpresa nel momento in cui un messaggero consegna una lettera a Ludovico III Gonzaga, marchese di Mantova affiancato dalla moglie Barbara di Brandeburgo. Dalla lettera Ludovico apprende che Francesco Sforza, signore di Milano per il quale prestava servizio come comandante dell'esercito, è gravemente ammalato; il suo viaggio verso Milano è rappresentato sulla parete ovest, e precisamente attraverso l'episodio dell'incontro, avvenuto a Bozzolo, con il figlio Francesco, appena nominato cardinale. a diciassette anni da Pio II su pressione del cugino, il principe elettore Alberto III di Brandeburgo, dopo gli otto mesi di soggiorno del pontefice a Mantova in occasione della Concilio tenutosi in quella città.

Questa parete è analogamente divisa in tre settori. In quello di destra avviene l'"incontro" vero e proprio, in quello centrale alcuni putti reggono una targa dedicatoria e in quello di sinistra sfila la corte del marchese, che prosegue con due personaggi anche nel settore centrale: questi ultimi sono rappresentati nell'angusto spazio tra il pilastro e la reale mensola dell'architrave della porta, dimostrando la difficile compenetrazione attuata efficacemente tra mondo reale e mondo dipinto.
Nel pilastro tra l'incontro e i putti si trova nascosto tra le grisaille un autoritratto di Mantegna come mascherone. L'incontro avvenne a Bozzolo, con il figlio Francesco, appena nominato cardinale.

Proprio nella parete dell'incontro, che qui presentiamo nella sua interezza, è rappresentato il paesaggio che da Roma va fino a Palombara Sabina: Mantegna non era stato in quei luoghi.
Egli fu a Roma più tardi per dipingere, nel palazzetto di papa Innocenzo VIII (inglobato poi nel complesso del Belvedere in Vaticano), la cappella privata del papa: per la sua decorazione del palazzetto era stato chiamato anche Pinturicchio che dipinse riquadri paesaggistici, ma le opere dei due pittori, conservate durante la costruzione del complesso bramantesco, vennero distrutte nel corso di una ristrutturazione settecentesca. Alcune tracce degli affreschi del Pinturicchio furono rinvenute negli anni quaranta del Novecento. Non sappiamo però se in questo soggiorno romano Mantegna si sia spinto fino a Tivoli (“Tibur”), Palestrina ("Praeneste"), Tuscolo ("Tusculum") e Palombara Sabina ("Palumbaria"), per osservare i luoghi che aveva affrescato, senza una visione diretta, in questa parete dell'incontro. Così nella parte sinistra dell'affresco vediamo in alto, sopra una rupe, il castello di Palombara, al centro, inquadrato dall'arco naturale, Tuscolo; più in alto la costruzione della Torre maestra della Rocca Pia, di cui si parlava all'inizio, mentre ancora più in alto l'Acropoli di Palestrina.

Nella parte destra della parete, sotto una ricostruzione ideale di Roma, vediamo un'interpretazione del Tempio di Ercole con a fianco una statua colossale dell'eroe tebano. Ci si può domandare perché Mantegna abbia raffigurato, o meglio immaginato, proprio per Tivoli il Tempio di Ercole. Questo perché non aveva una visione diretta, ma aveva preso le sue osservazioni per inserire questi monumenti dal geografo greco Strabone (ante 60 a. Cr.-20 d. Cr.) che parla del sito di Roma nella Geographia 5.3,2 e 7-8, mentre c'è l'accenno alla nostra città, nello stesso libro 5.3 paragrafo 11 con il Tempio d'Ercole, la cascata, la fertilità del suolo, le acque albule e il travertino portato a Roma con l'Aniene navigabile. E sempre in questa parte di affresco, nella parte destra, al centro, ci sono raffigurati i lavoranti del travertino.
Questo legame di Tivoli con Ercole era ben conosciuto fin dall'antichità, così infatti scriveva poco più di un secolo, dopo l'opera del Mantegna, il primo storico tiburtino Marco Antonio Nicodemi, nel 1589, nella sua Tiburis Urbis Historia, libro primo, capitolo terzo:«Tivoli viene chiamata anche città "Erculea"; così infatti viene denominata da Strabone quando parla della via Valeria; e da Svetonio Tranquillo , in "Caligola", ottavo capitolo "Città sacra ad Ercole". Questa città era infatti dedicata ad Ercole , e vi era stato eretto un tempio molto grande e straordinario, per questo motivo il colle viene chiamato "Erculeo". Marziale utilizza questo nome nel primo libro, Epigramma ad Faustinum, quando preferisce Tivoli all'estate a Baia: "Superate in gelida bruma i colli sacri ad Ercole, ora arrendetevi al freddo di Tivoli"».
Avremo modo di esaminare più dettagliatamente le parti di questo affresco di nostro interesse.

(maggio 2018)

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