"Rocca Pia, convento Cappuccini e acquedotto rivellese" di Daniël Dupré

a cura di Roberto Borgia

L'inaugurazione del complesso Rocca Pia, percorso museale, comprendente pure l'anfiteatro detto di Bleso e le Scuderie Estensi, avvenuto il 18 maggio 2019 mi fa tornare in mente quanto fu scritto all'epoca del rinvenimento dei resti dell'anfiteatro stesso, che si credeva completamente distrutto per costruire la fortezza voluta da Papa Pio II Piccolomini a partire dal 1461: «La sistemazione dell'Anfiteatro non potrà mai essere risolta isolatamente. Trascina con sé quella dei monumenti vicini, la Rocca e le Scuderie estensi, incastonati tutti in quel breve pittoresco triangolo, che, facendo da riscontro alla Villa d'Este, appare, a chi, giunge a Tivoli, come un degno propileo. La Rocca, ora carcere mandamentale, sgombrata dei detenuti, che non superano mai il numero delle dita, può trasformarsi in Museo; lo Stallone, opportunamente sistemato, in luogo di esposizione e di mostre. Sono problemi da studiare ancora nei dettagli. Tuttavia la questione generale è oramai impostata: si fa appello alla cittadinanza che la caldeggi e la sostenga, alle Autorità competenti che infine la risolvano.» (DOMENICO FACCENNA, in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d'Arte, vol. XXIV, 1951, pag. 255).
Dopo quasi settanta anni la questione è in via di risoluzione. La Rocca Pia, sgombrata dai pochi detenuti a metà degli anni '60, poi affidata ad un centro culturale, poi in abbandono ed infine restaurata con sapiente maestria (anche se alcune soluzioni sono discutibili, soprattutto per la futura utilizzazione, ma non è questa la sede) dalla prof.ssa María Margarita Segarra Lagunes, del Dipartimento di Architettura dell'Università degli Studi di Roma Tre, si appresta a diventare un altro gioiello della città di Tivoli, sperando che riesca a trovare una degna integrazione nel panorama culturale della città e ulteriore attrattiva per i turisti attratti dalle bellezze della Villa d'Este.


Ingrandisce foto La Chiesa e convento dei frati cappuccini

Ed ecco allora La Chiesa e convento dei frati cappuccini, in primo piano un ponte e una torre di Daniël Dupré (1751-1817), disegno a gesso nero, penna e pennello, cm. 26,6x13,77, fine '700, conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam. Naturalmente la torre è una delle torri della Rocca Pia, con i merli della Rocca stessa, prima che venissero restaurati ad inizio '900. Il ponte è invece l'acquedotto rivellese Non è un caso che Tommaso Neri nella sua famosa opera in latino "La salubrità dell'aria di Tivoli", pubblicata nel 1622, parli innanzitutto dell’acqua rivellese; infatti nella a sua epoca, il 1561 esattamente, tale acqua era stata condotta fino a Tivoli. Quando infatti nel 1560 il Cardinale Ippolito II d’Este venne riconfermato Governatore della città, si accorse che Tivoli era completamente sprovvisto di fontane, sia pubbliche che private. E nello stesso anno un nostro concittadino Girolamo Croce, insieme al figlio mons. Giovanni Andrea (vescovo di Tivoli, dal 1554 al 1595) donava alla Comunità Tiburtina (la donazione è poi ricordata in un’iscrizione di ringraziamento apposta nel 1820 nella Sala S. Bernardino del Comune di Tivoli), come appare dall’atto del Notaio Sebastiani, l’Acqua Rivellese, chiamata anche Vergine, che sorgeva nella sua tenuta al vocabolo Arci.

L’anno seguente mediante una condotta venne per la prima volta portata l’acqua a Tivoli, e mentre a Piazza Trento veniva impiantata una fontanina semplice, in Piazza S. Croce, ne fu costruita una monumentale in travertino, e fu inaugurata con una grande manifestazione. Dopo alcuni anni venne costruita quella di Via del Trevio, poco prima della chiesa di S. Biagio, e tra il 1710 e il 1750, venne costruita, mettendo in opera un antico sarcofago, la fontana in piazza Palatina, nella porta adibita oggi a rivendita dei tabacchi, lato vicolo delle Rovine. Sia quella di piazza S. Croce, che quest’ultima sono state soppresse per le stesse motivazioni, per poter utilizzare i locali retrostanti. Dobbiamo aggiungere che in verità l’acqua rivellese servì soprattutto per alimentare di acqua potabile la villa d’Este, il cui progetto vero e proprio iniziò proprio dal 1560, in quanto prima di quella data nessuna opera era stata intrapresa e se pur un primo disegno d’insieme della villa era già stato programmato, il cardinale ordinò che nei terreni appena comprati venissero impiantati dei vigneti. Solo appunto a partire dal 1560, con la riconferma a governatore di Tivoli, si iniziò il lavoro vero e proprio con espropri forzati e lavori, fra cui l’acquedotto rivellese, per il quale nel dicembre 1560 Camillo de Marzi riceve un primo acconto.

L’acqua rivellese utilizzata per la parte alta della villa e parzialmente per il Palazzo dava però pochi litri al secondo, da una sorgente derivante dal lato est (per questo Neri afferma “sgorga e corre verso il sorgere del sole”) del Monte S. Angelo in Valle Arcese, che è il Monte più alto del complesso del Mons Aeflanus, che svetta con il suoi 598 metri sulla destra del Monte Ripoli m. 484 e del Monte Arcese m. 424 per chi li osservi ad esempio, dal casello di entrata dell’A24. Raggiungeva il Palazzo da Piazza Trento, tramite un bottino posto nel Barchetto, (attuale Via Aldo Moro), poteva quindi essere utilizzata anche nella Rocca Pia, e da qui il flusso si distribuiva in tre direzioni: la prima entrava nel palazzo, alimentava la fontana di Venere al cortile, che a sua volta riversava lo scarico nel serbatoio del cortile d’ingresso che riceveva altresì l’acqua piovana del Palazzo. Da tale serbatoio-cisterna venivano alimentate le fontanine del corridoio detto la “manica lunga”, la fontana nell’attuale Sala della Fontanina al piano inferiore, già chiamata Sala di passaggio, e le fontane della parte alta del giardino.

La seconda diramazione alimentava il grande serbatoio nel piazzale di fronte alla chiesa di S. Maria Maggiore, adattato da cisterne romane che già servivano la villa romana sul cui sito fu costruita poi la villa estense, ed alimentava il giardino segreto e altre utenze del giardino alto. Tramite questo serbatoio si riempiva un altro serbatoio, ricavato entro sostruzioni romane, che alimentava la Fontana di Pegaso , la parte inferiore della fontana dell’Ovato e il “diluvio” (fontana poi di Nettuno) e gli scherzi della Fontana dell’Organo.
La terza diramazione alimentava direttamente la fontana dell’elicorno oggi di S. Sebastiano nel giardino segreto. La portata modesta (5 litri al secondo) non poteva essere utilizzata in presa diretta, ma solo tramite serbatoi, perciò le fontane alimentate e gli scherzi potevano essere utilizzati solo periodicamente. L'acquedotto rivellese, presente costantemente nelle incisioni con la Rocca Pia e nelle fotografie fine '800 ed inizio '900, fu demolito infine nel 1910 perché la sorgente che lo alimentava era ormai esaurita.

(giugno 2019)

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