Le Sibille di Raffaello (terza parte)

a cura di Roberto Borgia

Se abbiamo presente la Sibilla Cumana effigiata nella Cappella Sistina da Michelangelo Buonarroti nel 1508-1512 non possiamo non rilevare come l'affresco fosse d'ispirazione per Raffaello per la figura che vediamo all'estrema destra dell'affresco “Sibille e Angeli” nella Chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, databile pochi anni dopo, al 1514 circa. Nella maggior parte delle spiegazioni, anche nella tabella che nella Chiesa illustra le caratteristiche dell'affresco, la figura all'estrema destra viene chiamata come “Sibilla Tiburtina”, mentre la Cumana sarebbe quella a essa contigua (quella raffigurata come una giovane). Tale interpretazione deriva da un'errata identificazione settecentesca. Innanzitutto la Sibilla Cumana è stata sempre rappresentata come una vecchia. Ricordiamo il mito della Sibilla Cumana, così come viene narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (libro XIV, vv. 130-153): Enea si era recato a Cuma per farsi condurre nell’Averno dalla Sibilla e, mentre risaliva con questa, che aveva esaudito il suo desiderio, le aveva promesso di erigerle, in cambio, un tempio. Enea voleva anche adorarla onorandola con dell’incenso, ma a questo punto la Sibilla aveva affermato di non meritare tali onori, poiché non era in realtà una dea e così aveva iniziato a raccontare la sua storia. Il dio Apollo si era innamorato della Sibilla e per averla aveva addirittura promesso di esaudire qualsiasi suo desiderio; la giovane allora aveva raccolto da terra una manciata di sabbia e gli aveva chiesto di poter vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia nella sua mano.


Ingrandisce foto Sibilla Cumana, affrescata da
Michelangelo nella Cappella Sistina

Ma, avendo dimenticato di chiedere anche la giovinezza eterna, la fanciulla, anche se vide esaudito il suo desiderio da Apollo (infatti quando Enea la incontra, questa ha già vissuto settecento anni), cominciò a invecchiare pian piano. E, infatti, in Virgilio, nel sesto libro dell'Eneide, la Sibilla Cumana, personaggio centrale, con la doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo e, contemporaneamente, di guida di Enea nell'oltretomba, ha perduto l’aspetto giovanile. Le restavano altri tre secoli di vita, prima di ridursi, piccola e rinsecchita, come una cicala ed essere rinchiusa dentro una gabbietta appesa nel tempio di Apollo a Cuma.

Così come ricorda Petronio (primo secolo dopo Cristo) nel Satyricon, XLVIII, i fanciulli la prendevano in giro: Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: «Sibilla, ti thelis?», respondebat illa: «apothanin thelo». (Più volte con i miei occhi ho visto la Sibilla di Cuma che pendeva dentro un'ampolla, e i ragazzi le chiedevano: «Cosa vuoi?» «Voglio morire», lei rispondeva). La Sibilla infine morì, secondo la volontà del dio, quando gli abitanti di Eritre (città dell’Asia Minore, nella Ionia) le mandarono una lettera il cui sigillo era formato con la terra della città in cui si supponeva che fosse nata, donde il nome anche di Sibilla Eritrea identificata appunto dai Romani con la Sibilla Cumana. Perciò la vecchiaia era una caratteristica precipua della Sibilla Cumana, così come venne poi ritratta da Michelangelo, e qui da Raffaello.


Ingrandisce foto Sibille, affrescate da Raffaello
nella Chiesa di S. Maria della Pace
a Roma (particolare)

Tra tutte le Sibille quella Cumana è quella che si distingue chiaramente, in quanto è contraddistinta anche dai versi della quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio, si osservi infatti il cartiglio che regge l'angelo, vicino alla Sibilla stessa, con la scritta, l'unica in latino: «IAM NOV[A] PROGEN[IES]». Si tratta appunto di parole tratte dalla quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio, versi 4-7: «Ultima Cumaei venit iam carminis aetas/magnus ab integro saeclorum nascitur ordo./Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,/iam nova progenies caelo demittitur alto.» (“Ormai è giunta l'ultima età della predizione cumana, una lunga serie di secoli nasce da capo e ancora ritorna la Vergine, ritornano i regni saturni, ormai una nuova stirpe discende dall'alto dei cieli”).

Sono proprio questi versi che hanno fatto attribuire alla Sibilla Cumana la predizione della nascita di Cristo e considerare Virgilio come un mago, anticipatore appunto della venuta di Cristo, nato dalla Virgo, vista come la Madonna, così da essere scelto da Dante come guida per due terzi del viaggio allegorico della Divina Commedia. Virgilio infatti nel Medioevo era considerato come un profeta del Cristianesimo, anche se in suddetta egloga esalta la nascita di un bambino, probabilmente il figlio del console Asino Pollione (già secondo gli antichi commentatori), come inizio di un ordine nuovo di pace e di bontà. Ma le parole di Virgilio vennero considerate la più importante profezia in ambito pagano riletta in chiave cristiana, che spianò la strada al raccordo tra cultura classica e dottrina cristiana dell'Umanesimo. Si riteneva infatti che tutta l'umanità nella fase antica fosse vissuta nell'attesa della “Buona novella” e che Dio, sebbene si fosse manifestato in maniera più diretta ai profeti dell'Antico Testamento, avesse trasmesso frammenti della Rivelazione anche ai pagani, in particolare tramite le Sibille, sacerdotesse e veggenti.

(dicembre 2020)

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