Le Sibille di Raffaello (prima parte)

a cura di Roberto Borgia

Vogliamo ricordare anche noi, su queste pagine, i cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520) presentando l'affresco Sibille e angeli, datato presumibilmente al 1514, che è visibile all'interno della Chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, nella Cappella Chigi, la prima sulla destra.
Naturalmente una visione migliore si può godere dal loggiato superiore del Chiostro del Bramante in quanto si è all'altezza dell'affresco stesso, e non si ha la distorsione prospettica che si ha vedendo l'opera dal basso. Il capolavoro si segnala ai lettori in quanto è visibile liberamente, così come l'affresco del Profeta Isaia nella Chiesa di S. Agostino a Roma.
Viene qua affrontato da Raffaello il tema dell’annuncio della venuta e della resurrezione di Cristo, attraverso le premonizioni delle Sibille. Per le popolazioni di cultura ellenica era familiare la voce severa della Sibilla che secondo il detto eracliteo “con bocca furente parlando senza sorrisi, senza ornamenti, senza profumi, raggiunge con la voce mille anni per virtù del dio”.


Ingrandisce foto Sibille e angeli

La fisionomia della profetessa pagana è tracciata dalle fonti greche più antiche come quella di un singolo individuo, in altre parole, come un “tipo” che si propone in una molteplicità di nomi, età, provenienza, e poi moltiplicatosi in differenti figure femminili, accomunate da alcuni tratti distintivi, che iniziano a farsi notare in fonti di età ellenistica. La Sibilla, pur se a volte, soprattutto in epoca antica, è connessa in varia misura alla sfera apollinea, si presenta come una fonte autonoma di divina rivelazione.

Potente intermediaria tra cielo e terra essa scruta attraverso lunghe età l’oscurità dei tempi più remoti e vede l’avvenire più lontano. Tertulliano la definì “Sibylla veri Dei vera vates” nella sua opera Ad Nationes 2,35, creatura misteriosa e vagante, ispirata dall’alto, libera da condizionamenti istituzionali nei suoi presagi spesso drammatici, di sventure e punizioni, la Sibilla parla senza essere interrogata, là dove e quando in lei urge la possessione divina. Gli unici personaggi a lei paragonabili sono il vate Orfeo e il mago Ermete Trismegisto, che presentano, al pari della Sibilla, il dono profetico, e i loro vaticini sono raccolti in forma di libro.
Caratteristica principale e distintiva della Sibilla in tutto l’arco della tradizione greco-romana, è lo status di portavoce invasata della divinità, è canale diretto di comunicazione fra livello divino e umano. La Sibilla simboleggiava così l’intera popolazione che acquisiva una condizione sovrannaturale, per mezzo della quale essa era in grado di entrare in relazione con il divino per comunicare i messaggi ai fedeli.

I testi medievali incominciano poi ad annoverare le Sibille (il loro numero canonico in età classica è di dieci) al pari dei Profeti, quali attestatrici pagane di verità cristiane. In particolare è da segnalare il “Canto della Sibilla”, testo liturgico di genere apocalittico che descrive i segni della fine del mondo e il giudizio universale. La sua versione cantata si è diffusa nell’Italia centro-meridionale (per esempio ad Alghero) e nella penisola iberica (Castiglia, Catalogna e Baleari).
L’Unesco ha voluto dichiarare questo canto, con una decisione del 2010, uno dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. La versione segnalata dall’Unesco è quella diffusa nell’isola di Maiorca, dove la popolarità del Canto è immensa: si può dire che ogni parrocchia lo canti in forma teatrale nella celebrazione della notte di Natale, per annunciare la venuta del Salvatore e il suo ritorno nel Giorno del Giudizio.

Il testo del canto, tratto dagli “Oracoli Sibillini”, fu utilizzato in un sermone da San Quodvultdeus. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, Quodvultdeus (letteralmente “quello che Dio vuole”), è stato un vescovo berbero di Cartagine al tempo dell’invasione dei Vandali di Genserico. Dal 434 al 454, fu titolare appunto della cattedra vescovile di Cartagine, titolo che mantenne anche dopo l'esilio del 439, fino alla morte. Criticò aspramente i cristiani che si lasciavano affascinare più dagli spettacoli del circo che dalle opere e dagli esempi dei santi e dei martiri del loro tempo, attribuendo le calamità nella sua terra a una punizione di Dio per questo traviamento; fu poi profugo a Napoli, dove morì verso il 454. Ma è stato soprattutto il suo maestro e amico Sant'Agostino che ha reso celebre il testo inserendolo nella sua opera De Civitate Dei (La città di Dio), con il famoso incipit “Judicii signum tellus sudore madescet”. (Libro 18, 23,3).

Troviamo ancora una citazione del canto da parte dell'erudito e santo dell'VIII-IX secolo Rabano Mauro nella sua opera De Universo 15.3 (De Sibyllis). La Sibilla viene citata anche nella liturgia del Dies Irae della messa dei defunti, composta nel 1226 da Tommaso da Celano, discepolo di Francesco d’Assisi: “Dies irae, dies illa […] solvet saeculum in favilla […] teste David cum Sibylla”.
Ma tornando alla cappella Chigi, l'opinione corrente vuole che la Sibilla Tiburtina sia quella all'estremità destra, quella più anziana. Cercheremo di dimostrare invece che questa è la Sibilla Cumana, mentre la Sibilla Tiburtina è quella con sembianze giovanili che le è a fianco.

(ottobre 2020)

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