"Veduta di Tivoli con la cascata vecchia dell'Aniene" di Gaspar van Wittel (seconda parte)

a cura di Roberto Borgia

Riprendiamo la meravigliosa visione di questa "Veduta di Tivoli con la cascata vecchia dell'Aniene" che fu esposta alla Biennale Internazionale d'Antiquariato che si tenne a Palazzo Venezia in Roma dal 17 al 26 ottobre 2008. L'olio su tela, di cm. 80 x 120, è opera di Gaspar van Wittel (1652/1653-1736)(l'italianizzato Vanvitelli) ed è databile proprio al 1736, l'anno della sua morte. Abbiamo già detto che tra le vedute di soggetto non romano questa raffigurante la cascata di Tivoli (prima della costruzione dei cunicoli gregoriani, dopo l'inondazione del 1826) fu senza dubbio tra le più richieste dai collezionisti e dai viaggiatori del primo settecento.
Fu esposta nello stand dell'antiquario Cesare Lampronti, colpendo per la sua bellezza, derivante anche dal formato 80 x 120, per la sua luminosità e per l'eleganza. Ne riproduciamo ora un particolare, il lato sinistro della tela per sottolinearne alcuni punti fondamentali, in un periodo nel quale, in assenza di documentazione fotografica, la ricostruzione della nostra città si può fare solo con opere come questa, ed aiutandosi con descrizioni di viaggiatori.
Perciò proprio da sinistra il ponte di S. Rocco che portava alla Chiesa di S. Maria del Ponte o di S. Rocco e all'ospedaletto. Certo la visione è abbastanza libera, in quanto con un unico colpo d'occhio l'artista ha voluto riprendere più cose possibili, soprattutto la cascata non finisce subito nel baratro, ma in un tratto orizzontale inesistente, così come non viene evidenziato il baratro sopra il quale esisteva la chiesa di S. Rocco.


Ingrandisce foto "Veduta di Tivoli con la cascata vecchia dell'Aniene"
di Gaspar van Wittel

Notare i resti di un ponte più antico, all'altezza del vecchio ciglio della cascata: tale ponte che congiungeva Tivoli alla Via Valeria si dimostra, anche dai ruderi che appaiono in un'incisione del Venturini anteriore di una cinquantina d'anni a questa tela, come un ponte-acquedotto, cioè rispondente ad una duplice funzione. Fu restaurato nel IV secolo sotto gli imperatori Costanzo e Costante dal prefetto di Roma Lucio Turcio Secondo Aproniano.

Abbattuto nel Medioevo, fu ricostruito in legno a mo' di ponte levatoio per costituire un passaggio obbligato e uno strumento indispensabile per esigere il pedaggio o gabella del passo. In verità la zona raffigurata era una vera e propria isola, il borgo Cornuta, proprio perché sosta necessaria per le mandrie transumanti, e corrispondeva all'area oggi compresa fra il fiume, fra l'ex albergo Sirene, lo stesso Ponte Gregoriano e Largo Sant'Angelo.
Una difficoltà entrare a Tivoli e dirigersi verso Roma, tramite la discesa di San Valerio: tutto era protetto, innanzitutto tale sistema di fortificazioni iniziava con porta Cornuta dietro la quale era un primo ponte che sormontava il canale della Stipa, ponte che portava su quest'isola.

Dopo di esso c'era la strada detta caprareccia, proprio perché più adatta all'andatura delle capre, che costeggiava il baratro passando sotto due torri di difesa. Si raggiungeva poi il ponte maggiore situato sull'abisso della Grotta di Nettuno. Ma proprio alla Chiesa di S. Maria del Ponte o di S. Rocco, così in bell'evidenza vogliamo dedicare lo spazio in questa scheda, in omaggio ai membri della confraternita di S. Maria del Ponte che fu trasportata nel 1844 nella Chiesa di S. Andrea e che ogni anno vediamo con piacere partecipare nelle processioni della nostra città, sempre con la presenza dei fratelli Morici ed altri confratelli che salutiamo da questa pagina. Questa Chiesa era nel luogo dove c'era l'albergo Sirene.
L'uso del tempo passato è giocoforza utilizzarlo visto che da quasi un anno (2009) lo storico albergo tiburtino è cessato di essere tale e riconvertito in mini-appartamenti. Nell'edificio attiguo e perciò distinto era l'ospedale (detto anche Osservatorio), come si leggeva sull'architrave della porta d'ingresso (HOSP.D. DE PONTI MDLXXIII e cioè hospitale de Domina de ponte 1573), che nel secolo XVIII troviamo unito a quello di S. Giovanni con gli stessi obblighi di quello dell'Annunziata. La chiesa, chiamata anche di S. Maria di Ponte Cornuta o in Cornuta, subì naturalmente le forti corrosioni provocate dal fiume Aniene.

Nel 1387 sono documentate in un testamento notarile delle riparazioni insieme al ponte limitrofo. L'anno seguente, secondo lo storico Bulgarini vi si sarebbe trasferita la confraternita di S. Rocco. Ancora riparazioni documentate nel 1442, mentre nel 1500 vi veniva eretto il campanile che però già era caduto nel 1574. Era in grave pericolo sul baratro quando si avvertì la necessità di costruire accanto una nuova chiesa. Nel 1520 Giulio Teobaldi o Tobaldi, una delle più illustri famiglie di Tivoli, fece distaccare un'immagine della Madonna che si trovava nelle "radici del vicino ponte" e aveva fatto costruire un sacello, quasi certamente a scopo strategico, se si ricordano le vicende guerresche della sua famiglia Il sacello fu ampliato nel 1597 per opera di Ottavio Croce, priore della confraternita annessa.
Lo storico tiburtino Crocchiante ci ha trasmesso il testo di un'iscrizione vista nella Chiesa che così diceva (traduzione di F. Sciarretta): "a Dio Ottimo Massimo - L'immagine della beata Vergine portata nel sacello costruito da Giulio Tobaldi nell'anno 1520 dalle radici del ponte vicino. Con l'assenso della famiglia Tobaldi, viene posta in un luogo più degno, decorato con varie pitture ed ornamenti, al tempo de priorato di Ottavio Croce nell'anno del Signore 1597". L'ampliamento fu necessario perché la vecchia chiesa, cui tra l'altro era stata annessa la parrocchia di S. Simone (altra chiesa in parte crollata), era quasi caduta interamente nel fiume Aniene (in flumine fere tota collapsa est) nel dicembre 1589, così come precedentemente risultava caduta nel fiume un'attigua casa di Marcantonio da Saracinesco.
Nel 1726 S. Maria in Cornuta o anche di S. Simone era trasformata in cimitero dell'annesso ospedale del Ponte.

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