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"Tiburtini cottinfronte"

a cura di Franco Sciarretta

Il primo scrittore tiburtino a parlare dei Tiburtini "Cotti-in-fronte" è Marco Antonio Nicodemi (nato a Tivoli probabilmente nella I metà del sec. XVI e morto dopo il 1591) nella sua "Storia di Tivoli" (TIBVRIS VRBIS HISTORIA), pubblicata solo nel 1926 da Amedeo Bussi e Vincenzo Pacifici per la collana "Studi e fonti per la storia della regione tiburtina". L'opera, in corretto ed elegante latino, si compone di cinque Pentadi, ciascuna suddivisa a sua volta in libri e capitoli. Nel Capitolo XIV del Libro quinto della Prima pentade si fa riferimento alla ribellione dei Tiburtini al pontefice Innocenzo II, ed alla guerre che ne seguirono. Pentitisi successivamente, i Tiburtini chiesero ed ottennero il perdono dal papa, ma non dai Romani, che aspettavano il momento giusto per vendicarsi. L'anno è il 1141 dell'era cristiana.
Testo originario
.."Eo mortuo, visum est sublatum Tiburtibus presidium; quapropter a Romanis effraenatius sunt agitati: ipsi vero ad astum vertentes animum, Anienis rivum, foribus Collinae portae pice illitis, intus continuerunt, et cum ad ipsam hostes approquinquantes, illis effractis aquarum impetu maximo, eos submerserunt. Quam rem igne ulcisci volentes Romani, quos ex Tiburtibus capere poterant, iis candenti ferro faciem exurebant. Has notas Tiburtes inultas esse non patientes, si qui ex illis ad ipsorum deveniebat potestatem, ei cutim in ligulas scindebant. Verum haec vulgo a quo ea recipi solent, quae rerum gestarum scriptores praetereunt, tamquam falsa et indigna quae credantur dimittamus, si ea quae Eugenio III Pontifice contigerunt scribamus".


Porta Saracena o Porta Romana

Traduzione
." Morto lui (Innocenzo II, che aveva perdonato una defezione dei Tiburtini), sembrò che ai Tiburtini venisse meno un (valido) sostegno; e proprio per questo furono tormentati dai Romani alquanto ignominiosamente: e così essi, ricorrendo ad un astuto stratagemma, chiusi gli ingressi della Porta Collina con la pece, trattennero all'interno della città le acque del fiume Aniene, e, quando videro i Romani avvicinarsi, spalancatili all'improvviso, sommersero gli assalitori con un travolgente flusso di acque. Per la qual cosa i Romani, volendo vendicarsi con il fuoco, presero a contrassegnare con il ferro incandescente il volto di tutti i Tiburtini che cadevano nelle loro mani. I Tiburtini, non sopportando di lasciare invendicate queste offese, tagliuzzavano la cute ( o cotenna) a quello che tra i nemici veniva in loro potere. Queste notizie, certo, che si sogliono raccogliere dal popolino, sono tralasciate dagli storici, e così facciamo anche noi, in quanto false e non degne di essere prese in considerazione, e perciò scendiamo subito ai fatti che accaddero sotto (il successivo pontefice) Eugenio II".

Dagli eventi narrati, il popolo ha tratto alcuni attributi rimasti famosi: i "Romani cacallacqua" in quanto travolti dalle acque del fiume Aniene in cui affogarono, e i "Tiburtini cottinfronte", perchè ustionati sul volto dai Romani. Le variazioni popolari di paesi vicini a Tivoli, generate per lo più da contrasti economico-commerciali, vedono al posto dei Romani i Castellani, di Castel Madama, oppure per Sublacensi di Subiaco. Presso ambedue è tradizione sparlare dei tiburtini additandoli come "cotti in fronte". La realtà storica è ben diversa.
La storia dei Romani e dei Tiburtini è così riassunta da Fabio Gori (sec. XIX) nel suo "Viaggio pittorico-antiquario da Roma a Tivoli e Subiaco sino alla famosa Grotta di Collepardo", pubblicato a Roma nel 1855:


Ingrandisce foto Ponte Lucano

.La vicina Porta del Colle rimembra un curioso stratagemma raccontato dal Nicodemi. Nel 1141 dell'Era Volgare gli abitanti, prevedendo un assalto dei Romani, la chiusero e dietro essa accumularono gran quantità di acqua. Con meraviglia estrema si affollavano i Romani alla Porta, quando ad un tratto la videro aperta, e si trovarono pedoni, cavalieri e cavalli rovesciati, affogati e rapiti da un torrente precipitoso. Intanto i Cittadini sulle mura e da punti diversi saettavano, ferivano, uccidevano ed imprigionavano chi giungeva a salvarsi sulle alture. Fu tanta la rabbia dei Romani per questo bagno, che stamparono un ferro rovente in fronte a quanti nemici loro capitarono in mano, dal che venne ai Tiburtini il soprannome di "cotti in fronte"; e i Tiburtini a quanti Romani ebbero in potestà tagliuzzarono la superficie del capo. Barbare e crudeli pene, con le quali deformavasi l'umana faccia, immagine della Divinità.

Ecco invece come i Romani tramandano l'episodio che generò l'epiteto di "cottinfronte" per i Tiburtini. Ce lo racconta, nel suo efficacissimo belliniano linguaggio, Giggi Zanazzo (Roma 1860-1911) nei "Proverbi romaneschi" (pubblicati nel 1960) sotto il titolo "Tivolesi, cotti in fronte":
." Dice che in una guera fra ttivolesi e romani, li romani pe' un tradimento ciabbuscorno e er fugge je servì ppé companatico. E intanto che lloro se la fumaveno li tivolesi, brutti boja, je feceno 'na cavalletta e je sfasciorno un ponte indove ciaveveno da passà e ppoi s'annisconnèrno pe' pialli a tradimento de dietro a le spalle. Defatti in der tramente che li romani se ne staveno vicino ar ponte credennose de passallo, li tivolesi, s'i mmazzati, uscirno e je diedeno e' resto der carlino; li romani scàppeno, e , credenno de trovà er ponte, punfete ! vann'a schizzà drento a ll'acqua. E da quer giorno in poi de 'sto fatto li romani furno chiamati: caca-all'acqua. Je tornò cconto però a li Tivolesi ! Nu' l'avesseno mai fatto ! Perché nun te dubbità che li romani giurorno da fajela pagà ccara, ma ccara salata. E defatti un giorno se partirno da Roma, se n'annorno a Tivoli e 'gni tivolese che incontronno, con un merco, lo mercorno in fronte. E da quer giorno in poi li romani chiamorno li tivolesi: cotti-in-fronte." Ecco quanto ho raccolto in proposito, chi vuol far commenti ne faccia.

Dello stratagemma escogitato dai Tiburtini contro i Romani si ricorda anche Igino Giordani (Tivoli 1894-1980) nella sua "Città murata" (1936). All'episodio il nostro grande concittadino dedica l'intero capitolo XIX, (La fiumana), penultimo del romanzo, il quale si chiude con la descrizione del travolgimento e sommersione, con la deviazione delle acque del fiume Aniene, dei Romani, i cui cadaveri galleggianti sull'acqua, al Ponte Nomentano, annunciarono la sconfitta dell'esercito partito da Roma per domare Tivoli. Di qui l'epiteto "cacallacqua" che i Tiburtini affibbiarono ai Romani.

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