"Scatola con una veduta di Tivoli" di Giacomo Raffaelli

a cura di Roberto Borgia

Indubbiamente tra le opere d'arte attinenti Tivoli, conservate nel Walters Art Museum già Walters Art Gallery, il principale museo di arti visive di Baltimora nel Maryland negli Stati Uniti, spicca l'eccezionale olio su tela “View of Tivoli” di Gaspar van Wittel (1652/1653-1736) (l’italianizzato Vanvitelli), cm. 35,7 x 46,4 databile tra il 1680 e il 1736, altrimenti conosciuta anche come “Veduta di Tivoli con il Tempio di Vesta”, alle quale dedicammo due schede in questa rubrica nell'aprile 2012 e nel maggio 2012.
Il nucleo originario del museo risale alle collezioni di William Thompson Walters (1819-1894), residente a Parigi dallo scoppio della guerra civile americana, e Henry Walters (1848–1931), magnate ferroviario (Atlantic Coast Line).
Quando William Thompson Walters morì nel 1894, lasciò in eredità la sua collezione a suo figlio che ampliò notevolmente il campo delle acquisizioni, compresa il leggendario e stupefacente acquisto della collezione di un palazzo a Roma, che conteneva oltre 1.700 pezzi. Proprio Henry Walters, infatti, nel 1902 trovò il tempo per trattare l'acquisto della collezione di Don Marcello Massarenti, un sacerdote italiano, composta appunto da oltre mille e settecento opere d'arte. Fu un acquisto senza precedenti nella storia delle raccolte americane e quello che fornì a Walters il nucleo di un museo di arte europea dall’epoca etrusca fino al XVIII secolo. Ma ecco quella che viene chiamata nell'inventario del Museo "Box with a View of Tivoli" (Scatola con una veduta di Tivoli), di tessere di vetro su metallo dorato, di cm. 7,2, che presentiamo grazie alla cortesia del Museo, in quanto l'opera non è in Mostra.


Ingrandisce foto "Scatola con una veduta di Tivoli"

Giacomo Raffaelli (1753-1836), mosaicista romano, discendeva da quella famiglia di fornaciari romani, che già nella seconda metà del Seicento fornivano al Vaticano materia vitrea, sotto forma di tessere quadrate a colori, per fare mosaici. Nelle loro fornaci i Raffaelli producevano dunque «robba che serve per fare li mosaichi», cioè smalti vitrei tagliati a piastrella bianca o colorata, come il lattimio bianco, il minio e i fogli d'oro. Alla morte di Paolo Raffaelli, la fornace fu ereditata dai suoi tre figli: Francesco, Antonio e Giacomo - il primogenito - che la dirigeva. «Ordino ancora – si legge nel testamento di Paolo – e comando, che tutti li Lavori di Musaico, che dovranno farsi tanto per le Paste che si servono in detto negozio che per l'altre che possano sopravvenire debbano farsi nel Negozio medesimo sotto la direzione di detto Giacomo». Giacomo Raffaelli trasferì la bottega, prima in Piazza di Spagna, poi in via del Babuino, 92.

Con l'aiuto di Cesare Aguatti, intorno al 1775 ideò il mosaico a micro tessere, detto filato o romano, ricavandolo da un composto siliceo che, reso incandescente, poteva essere filato e poi tagliato in segmenti minuscoli. Il micro mosaico era un'idea per costruire una grande illusione, cioè rendere stabili i capolavori, anche i più deperibili, e ridurli di dimensione a tal punto, da renderli opere d'arte da indossare o da portare in tasca.
Egli realizzava a micro mosaico minuscole placchette con paesaggi, con monumenti romani (a volte in forma di capriccio), con fiori, con uccelli, con soggetti religiosi o mitologici. Queste placchette, montate entro cassettine di metallo, o di vetro o di marmo o di legno o di pietra dura, venivano poi applicate su tabacchiere o montate su spille, su elementi per collane, su anelli, su cofanetti, su bottoni: diventavano costosi souvenirs, per i viaggiatori del Grand Tour.
Giacomo Raffaelli espose per la prima volta micro mosaici nel suo atelier di piazza di Spagna, in occasione dell'Anno Santo 1775. Tipico era il motivo di cornice, da lui usato per rifinire i suoi micro mosaici: una catenella di tessere bianche con all'interno tessere blu, tra due file di tessere rosse.

L'invenzione ebbe molti seguaci e fra il 1824 e il 1830 l'area tra piazza di Spagna e piazza del Popolo conteneva 68 attività commerciali legate al micro mosaico. Gran parte degli smalti vitrei prodotti della fornace Raffaelli, a partire dal 1804 furono esportati a Milano, dove Giacomo aveva aperto una scuola di arte musiva nell'ex convento di San Vincenzino, collegata all'Accademia di Brera, allora diretta da Giuseppe Bossi. Con decreto del 24 aprile 1807 il viceré Eugenio Beauharnais gli ordinò una copia del Cenacolo di Leonardo da Vinci, a grandezza naturale. Il lavoro, cui collaborarono il figlio Vincenzo e i mosaicisti Giuseppe Roccheggiani e Gaetano Ruspi, durò molti anni e fu possibile grazie alle tessere di mosaico, prodotte dalle fornaci Raffaelli e venute da Roma. Questa scritta, posta ai piedi del mosaico, celebrò sia l'arte del mosaicista, sia le intenzioni del committente di preservare, in un'opera musiva stabile, l'immagine dell'affresco di Leonardo che già allora era ridotto in pessime condizioni:
MVSIVVM OPUS IACOBI RAFFAELLI QUO IN COENA DOMINI A LEONARDO VINCIO MEDIOLANI MIRIFICE PICTA MCDXCVII TEMPORVM HOMINVMQVE INIVRA PAENE DELETA POSTERITATI SERVARETVR.

L'opera era destinata al Louvre, ma dopo la caduta di Napoleone fu rivendicata dagli Asburgo, che l'11 agosto 1818 la portarono a Vienna. Gli italiani ivi residenti chiesero che il mosaico dell'opera leonardesca fosse posto nella chiesa dei Minoriti di Vienna, sopra un altare realizzato dall'architetto Friedrich August von Stache. Il mosaico fu trasferito nella nuova sede il 26 marzo del 1847. Il coperchio di questa scatola, contiene l'iscrizione GIACOMO RAFFAELLI FECI IN ROMA 1804, e la scatola stessa fu donata al Museo nel 1975 da Katherine e George Kosmak.
La raffigurazione comprende il tempio rotondo e quadrangolare dell'acropoli di Tivoli, con il campanile della Chiesa di S. Giorgio e la grande cascata. La prospettiva premia questi due elementi, acropoli e cascata, anche se Raffaelli inserisce i Templi a sinistra, anziché a destra, come è in effetti. Spostamento non inusuale, e mi viene in mente, ad esempio, l'acquaforte "Veduta della celebre Cascata del fiume Aniene presso la Città di Tivoli" di Giuseppe Vasi (1710-1782), e risalente al 1781, che certamente il Raffaelli avrà tenuto presente nella composizione della sua opera. Molti gli elementi di somiglianza, tra cui la posizione della figurina posta in basso, a chiudere l'opera.
Da notare che una delle opere più apprezzate del mosaicista romano fu la riproduzione del Mosaico delle colombe, rinvenuto a Villa Adriana nel 1737, conservato nei Musei Capitolini e chiamato "Le colombe di Plinio", titolo viene da una descrizione fatta da Plinio il Vecchio (23-79) nella “Naturalis Historia” in cui parla di un mosaico di Sosos del II secolo avanti Cristo, che viene ripreso nella copia romana del II secolo dopo Cristo.

(dicembre 2018)

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