"Cortile a Villa d'Este", di Stanislaw Maslowski

a cura di Roberto Borgia

La presente opera "Cortile a Villa d'Este" (Podwórze w Willi d’Este), acquerello su carta incollata su cartone, cm. 78x126, firmata e datata nella parte destra, in fondo, ST.MASLOWSKI/ TIVOLI 910, collezione privata, fu esposta, per la prima volta, nel lontano 1914, nella "Zacheta Narodowa Galeria Sztuki", un museo di arte contemporanea nel centro di Varsavia, in Polonia. Lo scopo principale della Galleria era ed è quello di presentare e supportare l'arte e gli artisti contemporanei polacchi. Con numerose mostre temporanee di noti artisti stranieri, la galleria si è affermata da tempo anche a livello internazionale.
La parola “zacheta” significa “incoraggiamento”, e prende il nome dalla “Società per l'incoraggiamento delle Belle Arti”, fondata a Varsavia nel 1860. Prima di quella data non c'erano infatti né musei pubblici né biblioteche né altre istituzioni generalmente accessibili che consentissero lo scambio tra artisti.
L’autore dell'acquerello è Stanislaw Stefan Zygmunt Maslowski (1853-1926), pittore polacco, autore che possiamo definire, pur con certi limiti, realistico, famoso per i suoi paesaggi acquerellati. Maslowski nacque il 3 dicembre 1853 a Wlodawa sul fiume Bug, città inserita a forza nella Russia Imperiale, oggi città della Polonia, e lì fu battezzato l’8 maggio 1854. La sua nobile famiglia, orami impoverita, era originaria di Wielun, sempre in Polonia. Il padre di Maslowski era un avvocato, che ebbe una buona carriera, cambiando più volte il luogo di residenza della sua famiglia. Dal 1865 Maslowski visse a Kalisz, dove il suo primo insegnante di disegno nella scuola superiore locale fu il pittore Stanislaw Barcikowski (1832-1903), diplomato alla Scuola di Belle Arti di Varsavia. Il futuro artista si esercitava molto ritraendo scorci presi dalla natura e da illustrazioni di riviste.


Ingrandisce foto Cortile a Villa d’Este

Dal 1871 Maslowski visse a Varsavia, dove suo padre fu trasferito dall'amministrazione giudiziaria, studiando fino al 1875 alla “Scuola di disegno di Varsavia”. Nel 1875 ricevette la medaglia d’argento dell’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo, come premio per i suoi disegni scolastici. Tuttavia fu l’Ucraina a regalare al giovane Maslowski molte emozioni pittoriche. Per la prima volta ci andò accompagnato dallo scrittore Edward Chlopicki nel 1875. Il secondo viaggio ebbe luogo nel 1876. I viaggi successivi si svolsero almeno nel 1878 e nel 1886. Nel 1904 iniziò la sua serie di viaggi in Italia, da dove riportò questa reminiscenza del cortile d’ingresso della Villa d’Este. Nel 1909 e il 1910 Maslowski ebbe una mostra personale nella citata Galleria Zacheta, dove espose ogni anno, fino al 1914, i paesaggi dedicati specialmente all’Italia e alla Tunisia.

Ma abbandoniamo queste lunghe note biografiche per tornare all'opera. Il paesaggio bucolico, arricchito di fiori, è una trasfigurazione dell'artista, non certamente una reminiscenza realistica.
All’epoca, cioè anteriormente alla prima guerra mondiale, la Villa d’Este non doveva certamente godere di uno stato così pittoresco. Infatti la Villa, in mancanza di una discendenza maschile della famiglia proprietaria, era passata a Maria Beatrice Ricciarda d’Este (Modena, 1750-Vienna, 1829), figlia di Ercole III d'Este, che, avendo sposato nel 1771 Ferdinando Carlo Antonio Giuseppe Giovanni Stanislao d’Asburgo-Lorena (1754-1806), trasferì automaticamente la proprietà alla Casa d’Austria, che si disinteressò completamente della manutenzione della villa stessa. Infine nel 1918 la Villa passò allo stato italiano, che iniziò una serie di importanti restauri.

Alcune parole sulla statua: in marmo bianco, lunga m. 2,45 rappresentante una Venere coricata a terra, colta verso sinistra, con la mano destra sulla mammella sinistra e con il piede destro posato sul sinistro. Un leggero panneggio fa da velo alla parte mediana del corpo della bella dea, in atto di dormire. La testa della statua è però di riporto, le braccia sono mal condotte ed il panneggio è falso. Attribuibile all’arte romana del II-III secolo dopo Cristo, mentre la testa è probabilmente di esecuzione anteriore. Si ignora la provenienza. Ricordata sotto il n. 73 nell’inventario redatto dal notaio Fausto Pirolo, nel 1572, subito dopo la morte del cardinale Ippolito II d'Este, come:«Una statua di una Venere ignuda a giacere alla fontana del cortile di marmo bianco». Questa è una delle poche statue che si sono salvate dalla dispersione operata nel patrimonio della Villa nel corso dei secoli, in quanto gli stessi Duchi d’Este la ritennero necessaria per la villa e perciò non vendibile. Così come si salvarono le enormi statue poste a semicerchio sopra la fontana dell’Ovato, in quanto il loro spostamento poteva essere fatale alle statue stesse. Proprio le dimensioni ed il fatto di essere moderne hanno permesso che le tre statue (comprendendo la Sibilla), restassero in loco.

Nella “Stima delle statue della Villa d’Este in Tivoli eseguita dal perito antiquario Gaetano Cartieri (1752-53)”, conservata nell’Archivio di Stato di Modena, Camera Ducale, Fabbriche e villeggiature, 72, infatti si scrive: «La Sibilla Tyburtina colossale, con il figlio acanto; è di peperino o sia pietra tiburtina, et in più pezzi composta, lavoro mediocre et in stato patita perché sta al scoperto. Può computarsi scudi 300. Due Fiumi, laterali a detta Sibilla, che rap(p)resentano L’Aniene e l’Ercolano, colossi di marmo statuario, di bel lavoro nel loro essere; sono composti di più pezzi in qualche parte allentati per l’aqua et aria a cui sono esposti. Scudi 1000. Si a(v)verte che questi tre colossi sono frangibili e si devono concatenare se si volessero trasportare altrove. »

(aprile 2021)

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