"The Falls of Tivoli" di Dughet Gaspard

a cura di Roberto Borgia

Gaspard Dughet, detto Gaspard Poussin o Le Guaspre o Le-Guaspre-Poussin, nacque a Roma nel 1615, da un cuoco francese, Jacques Dughet, e da madre italiana. Nel 1630 sua sorella Anne-Marie Dughet sposò il pittore Nicolas Poussin (1594-1665), diventando quasi un figlio adottivo, tanto da essere chiamato Gaspard Poussin. È uno degli artisti del diciassettesimo secolo più difficili da identificare e definire, anche se godé di un notevole successo nel corso della sua vita e le sue opere continuarono ad essere richieste per oltre due secoli dopo la sua morte avvenuta nel 1675. Si è supposto che Gaspard Dughet abbia appreso la tecnica della pittura proprio a partire dal 1630 nella bottega di Poussin, malgrado il fatto che Poussin in quel periodo fosse completamente preso da soggetti mitologici e religiosi e non aveva rivolto la sua attenzione ai paesaggi, che saranno la caratteristica di Gaspard Dughet. Nel 1635 si recò a Milano e Perugia (ricordiamo che Dughet non lasciò mai l'Italia), lo troviamo poi a Firenze e a Napoli nel 1641-1646, ma la sua vita si svolse per lo più nella zona intorno a Roma. I suoi biografi dell'epoca lo hanno descritto come amante della caccia e della pesca ed alloggiò anche a Frascati ed a Tivoli.


Ingrandisce foto The Falls of Tivoli

Sembra proprio che Poussin lo consigliasse a dedicarsi al paesaggio "puro", ma è evidente che Dughet interpretò tale paesaggio con una poesia del tutto diversa dal suo maestro. Anch'egli era innamorato delle rovine, delle fabbriche e delle favole antiche, ma fu un amante soprattutto dei paesaggi movimentati dei Monti Albani, di Tivoli e della Sabina. Pur subendo il forte influsso del suo maestro non pervase i suoi paesaggi della medesima elevatezza di pensiero e della medesima malinconia. Suo carattere essenziale, almeno nella sua prima fase, è un'immaginazione un po' selvaggia che ama la natura tormentata, le montagne, il tumulto delle rocce e i torrenti.

Non tutto il lavoro del Dughet infatti rientra nella categoria di imitazione di Poussin, come qualche critico aveva sottolineato. C'è una categoria di immagini molto più naturalistiche, che includono spesso le vedute di Tivoli, come nell'esempio eccellente nella Collezione Wallace di Londra ed inoltre Dughet mostra una preoccupazione maggiore per il gusto del pittoresco. Alcune delle immagini migliori del Dughet sono proprio con questo soggetto, in cui le cascate che gocciolano sopra le rocce sono dipinte con un grande naturalismo ed immediatezza. Ed infatti questo tipo di paesaggio che unisce la topografia romana con il gusto del pittoresco fu allora molto ammirato specialmente dai collezionisti inglesi. I suoi paesaggi sono presenti in gran numero nella nostra capitale a Palazzo Pamphilj a Piazza Navona, nella Galleria Spada, a Palazzo Colonna, nella stessa Galleria Doria Pamphilj, nella Chiesa di S. Vitale, ma soprattutto nella Chiesa di S. Martino ai Monti, dove dipinse 18 affreschi nei quali i suoi grandi paesaggi inquadrano gli episodi della vita di Elia. Naturalmente i suoi lavori sono sparsi negli altri grandi musei mondiali, permettendo di ricostruire il suo temperamento romantico e sognatore pur sottoposto ad una rigorosa disciplina classica. La sua reputazione come pittore di paesaggio fu superata nel corso della sua vita soltanto da quelle di Claude Gellée, detto Lorrain e di Salvatore Rosa e fu ammesso nell' Accademia di S. Luca nel 1657. La sua influenza sulla pittura successiva di paesaggio fu profonda, soprattutto nell' Inghilterra nel diciottesimo secolo, anche se dobbiamo concludere che la sua reputazione era ben più grande in tale secolo e nel diciannovesimo che non oggi.

Vediamo come questo The Falls of Tivoli (la cascata di Tivoli), olio su tela, 1661, cm. 99 x 82, The Wallace Collection, Hertford House, Manchester Square, Londra, sia uno dei suoi dipinti migliori per l' equilibrio attento fra ordine classico, atmosfera ed il senso del posto. (Per inciso occorre ricordare che nella stessa Galleria, nella stanza a fianco del Salone dove è esposta quest'opera è presente un altro capolavoro dedicato alla nostra città Le petit parc aka the Gardens of Villa d'Este di Jean-Honoré Fragonard). Abbiamo detto che la maggior parte dei paesaggi del Dughet rappresentino la campagna romana ed alcuni di loro, particolarmente quelli di Tivoli, siano topograficamente esatti, anche se in questo dipinto le abitazioni sullo sfondo fanno pensare piuttosto ad una "reminiscenza" ed ad una "visione idealizzata" piuttosto che alle reali casupole della Tivoli della seconda metà del diciassettesimo secolo. Ma l'amore per il particolare è notevole, basti osservare, ad esempio, sulla destra la zona del lavatoio con la scalinata non più esistente che portava nella zona della futura Piazza Rivarola. Le abitazioni forse schematiche e anonime senza una caratteristica, sono però adatte a comporre una pittura che ispiri, pur con la visione della cascata, un senso di pace; ed infatti proprio la cascata ispira un senso di pace, non è violenta come essa era né come sarà dipinta violenta da altri artisti. Completano la visione le figure classicheggianti, che certamente sono ritratte come doveva immaginarsi uno straniero della lontana Inghilterra un antico discendente dei Romani.

Questo dipinto appartiene al periodo del Dughet quando era maggiormente influenzato da Nicolas Poussin. Particolarmente da Poussin deriva il senso ordinato con cui il paesaggio si compone con gli alberi equilibrati con attenzione ai due lati. Ricordiamo invece che nella prima fase della carriera Dughet privilegiava le immagini con gli alberi non dipinti come un fondale, ma sparsi nella natura, piuttosto che il paesaggio più densamente boscoso e classicamente ordinato dei suoi anni successivi. La pittura è, tuttavia, molto più "atmosferica" di quella che Poussin avesse mai effettuato. Ciò è particolarmente evidente nell'incandescenza delicata del cielo, che sembra rivaleggiare con l'acqua della grande cascata di Tivoli. Il contrasto tra la calma olimpica della cascata e la realtà dell'epoca è evidente se solo ricordiamo che nel 1656, cioè solo cinque anni prima della redazione di questo dipinto, la città di Tivoli aveva corso un grave pericolo per la terribile pestilenza che si era diffusa a Roma e nel territorio della Diocesi. I cittadini di Tivoli con un pubblico voto si affidarono allora alla protezione della Vergine Immacolata, impegnandosi ad erigerle un monumento e ad onorarla in maniera solenne nella ricorrenza della festività. La devozione popolare fece fiorire immagini dell'Immacolata sulle porte d'ingresso della abitazioni e la città restò miracolosamente immune dal contagio, che provocava numerose vittime nella zona circostante. Sciogliendo il pubblico voto la Comunità tiburtina affidò al cardinale Marcello Santacroce il compito di stabilire il luogo più adatto per il monumento alla Vergine. Questi scelse la nuova Cattedrale di S. Lorenzo (la Cattedrale fatiscente era stata demolita, ad eccezione del campanile, e fatta interamente ricostruire a partire dal 1635 dal cardinale Giulio Roma, vescovo di Tivoli) e commissionò la decorazione pittorica della seconda cappella a destra al pittore Giovanni Francesco Grimaldi, bolognese, allievo di Pietro da Cortona, attivo già nel suo palazzo romano di Montecavallo. La cappella fu arricchita da una delicata statua marmorea attribuita a Christophe Veyrier (1637-1689), raffigurante l'Immacolata Concezione, una delle opere più ispirate presenti ancora, per fortuna, nella città di Tivoli.

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