Elegie romane, composte tra luglio 1887 e maggio 1892, sono una raccolta di poesie pubblicata da Gabriele D'Annunzio nel 1892 presso l'editore Zanichelli di Bologna e dedicata al poeta Enrico Nencioni. A differenza delle raccolte precedenti, tali componimenti poetici non sono stati riscritti e sono stati ristampati nel 1897 dai Fratelli Treves e poi nel 1911. Nell'edizione nazionale compariranno però in trittico con Canto Novo e Intermezzo. Benedetto Croce, Alfredo Gargiulo, Mario Praz le considerano una specie di diario psicologico, dall'esaltazione dell'amore per l'amante del momento fino alla stanchezza della relazione amorosa. Niva Lorenzini vi nota invece una certa influenza parnassiana.

da Elegie Romane, 1887-1891
Libro I - Villa d'Este
Quale tremor giocondo la pace degli alberi, o Muse,
agita e alle richiuse urne apre il sen profondo?
Chi, dentro gli àlvei muti svegliando gli spirti del canto,
leva sì largo pianto d'organi e di liuti?
Chi dentro i marmi sordi, immemori d'acqua corrente,
mette novellamente fremito di ricordi?
Chi tante mai canzoni, o Muse, trae su da tant'acque?
Ella è, che pur vi piacque, Muse; è Vittoria Doni.
Va pe 'l sentiere ombrato la donna magnifica; e in torno
ecco, il divin soggiorno trema signoreggiato.
Lodano tutti gli orti la dolce di lei signoria;
e le fontane, in via, parlan de' tempi morti.
Parlan, fra le non tocche verzure, le cento fontane;
parlan soavi e piane, come feminee bocche,
mentre su' lor fastigi, che il Sole di porpora veste,
splendono (oh gloria d'Este!) l'Aquile e i Fiordiligi.
La poesia è composta da otto strofe di distici elegiaci (un esametro e un pentametro) e presenta tre temi: il paesaggio (gli alberi secolari e le fontane), i ricordi (il silenzio dei marmi animato dal mormorio dell'acqua che scorre) e l'atmosfera (un insieme di pace e di passione amorosa ispirata dal soggiorno a Tivoli con la donna amata "Barbara" alias "Vittoria Doni").
Nelle poesie ambientate tra le meraviglie di Tivoli e di Roma, D'Annunzio evoca la figura di Vittoria Doni descrivendola come una "donna magnifica" che domina con la sua grazia gli ombrosi giardini e le cento fontane di Villa d'Este, organizzate in due file sovrapposte di mascheroni dalle forme antropomorfe mentre nel canale più alto ci sono zampilli generati e alternati da sculture di gigli, obelischi, navicelle ed aquile estensi, simboli cari al cardinale; i gigli di Francia e aquile (aggiunti nel 1685 da Francesco II di Modena) sono i simboli della famiglia d'Este, la barca di San Pietro è il simbolo del potere papale. Ma chi è questa donna, una delle sue Muse ispiratrici? Nell'opera Elegie romane di Gabriele D'Annunzio, il nome Vittoria Doni (inizialmente pensato anche come Barbara Doni) è lo pseudonimo letterario utilizzato dal poeta per ribattezzare, nell'elegia Villa d'Este, la sua celebre amante e musa Barbara Leoni (il poeta era talmente innamorato che aveva in mente di scrivere anche un romanzo intitolato proprio "Barbara Doni", incentrato su costumi contemporanei, che tuttavia non venne mai pubblicato). Non si rintraccia nessuna figura storica o pubblica contemporanea di primissimo piano con il nome di Vittoria.
Quindi sotto questo pseudonimo si nasconde la donna conosciuta nel 1887 a un concerto in via Margutta a Roma. È Elvira Natalia Fraternali, sposata Leoni, da lui chiamata "Barbara" e con lei convive a Venezia, mentre a Roma sua moglie, Maria di Gallese, partorisce il terzogenito, Veniero. Lei è molto intelligente e bella; nel 1884 ha sposato il conte Ercole Leoni ma, essendo andato in pezzi il matrimonio, è tornata a vivere in famiglia. Con lei il poeta vive una nuova fase della sua vita sia sul piano sentimentale che su quello artistico. Il servizio di leva, il tentato suicidio della moglie (che non accetta di essere lasciata) e la separazione definitiva frenano in parte la loro passione, e nello stesso tempo aumentano la disposizione del poeta a scialacquare il patrimonio.
Così anche Elvira viene coinvolta nel folle e dispendioso modo di vivere del poeta; la donna firma cambiali per lui. La relazione finisce quando "Barbara" si rifiuta di restituirgli le lettere d'amore per utilizzarle in un'opera letteraria. Il loro amore è durato cinque anni: un record nella movimentata vita amorosa del Vate. Lei non lo dimenticherà mai anche se si accompagnerà ad Emile Fuchs, pittore e fotografo che poi muore suicida. D'Annunzio invece nel 1892 conosce Maria Gravina, dopo una scappatella con la giornalista Olga Ossani, e, soppiantando "Barbara", si unisce alla nuova amante che attende da lui un figlio (nascerà una bimba, Renata) poi accantonata per Eleonora Duse conosciuta a Venezia.
Elvira Natalia Fraternali Leoni (Barbara) è stata la musa della fase dell'estetismo e del romanzo "Il piacere", incarnando la passione intensa e tormentata della Roma umbertina. Non fu la sola a ispirarlo; ci furono anche altre muse ispiratrici (donne fondamentali nella vita e nella letteratura del poeta, figure centrali che hanno segnato le diverse fasi della sua produzione artistica ed esistenziale). Ricordiamo: Eleonora Duse (detta Ghisola). La grande attrice teatrale fu la sua compagna più celebre e musa ispiratrice nel periodo di massimo splendore del teatro dannunziano, ispirando drammi come "La città morta" e "Francesca da Rimini".
Maria Hardouin di Gallese (detta Mariella): duchessa e moglie del poeta, con cui ebbe tre figli, rappresentò una figura di legame ufficiale e aristocratico.
Luisa Baccara (detta Sirenetta): pianista e compagna di D'Annunzio durante gli anni del Vittoriale degli Italiani.
Romaine Brooks (detta Cinerina): pittrice statunitense e compagna d'arte legata al periodo della maturità del Vate.
Maria Gravina Cruyllas de Ramacca (detta Moriccia): altra importante amante e figura di riferimento passionale.