Stavolta ospitiamo un’opera che per fortuna è conservata nella nostra città: mi riferisco a questa “Veduta della piazza del Comune” o, meglio, “Veduta del lato posteriore del Palazzo Comunale prima delle demolizioni e dei restauri del 1932”, olio su tela del pittore tiburtino Edoardo Tani (1880-1948), 53 x 83 centimetri, firmato e datato 1930, conservato nel Palazzo S. Bernardino a Tivoli, primo piano, sala d’attesa prima del gabinetto del Sindaco. Complesse sono le vicende della sede municipale del Comune di Tivoli, ricordiamo innanzitutto che in epoca romana il Palazzo Senatorio veniva collocato, secondo la locale tradizione, nell’area del palazzo dell’ex Seminario Vescovile fatto erigere nel 1635 dal cardinale Giulio Roma sui ruderi dell’antica Chiesa collegiata di san Paolo.
L’antica curia, poi, nel Medioevo, era posta nell’area della chiesa di Santo Stefano e sopravvissuta alla scomparsa dei municipi romani continuò probabilmente ad esercitare la funzione di luogo di convegno per le assemblee locali per essere poi destinata, nel XIV secolo, esclusivamente all’amministrazione della giustizia. Il Palazzo dell’Arengo, identificato con l’edificio che si affaccia su Piazza Palatina e Piazza dell’Erbe, dovette assolvere anch’esso la funzione di sede dell’amministrazione locale e di luogo di convegno delle assemblee popolari nel periodo comunale (XII-XIII secolo).
Solo però nel 1256 si delinea chiaramente l’esistenza di una sede della pubblica amministrazione, quando papa Alessandro IV confisca l’antico Convento benedettino, donandolo in parte ai Francescani e in parte alla comunità quale Palazzo del Governo. Vari tentativi di adattamento dell’ex convento benedettino furono operati dai Governatori di Tivoli e con il successivo mirabile progetto della Villa d’Este il Luogotenente (o Vicegovernatore) venne trasferito per lo svolgimento delle sue funzioni amministrative in una casa presso l’attuale Piazza del Comune adiacente a quella assegnata ai gentiluomini della fastosa corte cardinalizia. Questi modesti edifici, situati nella contrada San Paolo, erano stati confiscati dalla Curia Romana allo spagnolo Francesco Modarra, canonico di Siviglia e chierico di Oxford, il quale, accusato di luteranesimo e condannato al rogo dall’Inquisizione, si era salvato con la fuga. I suoi beni furono assegnati poi nel 1556 al cardinale Ippolito II d’Este, governatore di Tivoli. Alla morte del cardinale Luigi d’Este la Comunità Tiburtina rivendicò il possesso del Palazzo estense quale antica sede municipale di Tivoli, ma il 5 luglio 1587 il Consiglio Comunale è chiamato a «concludere la compra della Casa già del Modara».
Ma, se pur la proposta fu accolta all’unanimità, la somma richiesta di mille scudi non poté essere onorata dalla Comunità tiburtina. Ma già il 4 agosto 1587 il pontefice Sisto V legalizzava la donazione di metà del caseggiato con l’orto annesso, che già fu dell’eretico Modarra, posto «nel quartiere di S. Paolo in Tivoli ricontro della chiesa delli reverendi padri del Giesù» e confinante «col Palazzo della magnifica comunità di Tivoli» «col patto che l’altra metà l’abbia da pagare alla nostra Camera». L’11 settembre dello stesso anno veniva stipulato l’atto d’acquisto e il 13 settembre l’operazione veniva ratificata dal Consiglio comunale, il quale decideva di trasferire nei nuovi locali l’abitazione del Governatore dietro pagamento di 5 fiorini e decideva inoltre di restaurare finestre e serrature. La nuova proprietà comunale veniva riunita all’edificio della Curia e dal complesso poteva essere ricavato, attraverso successive sistemazioni ed ampliamenti, l’odierno Palazzo comunale.
Ecco, perciò, il luogo odierno della sede comunale e ci sarebbe ancora molto da dire, ma ritornando al quadro di Tani, ci piace riportare l’illustrazione di Ilaria Morini: «Il luogo descritto corrisponde alla piazzetta posteriore alla facciata del palazzo comunale. Le case che chiudono la piazza vengono descritte con dovizia di particolari: i panni stesi ad asciugare, le finestre aperte, gli intonaci sbrecciati. Mentre due uomini escono dal portone del palazzo comunale, due donne sono sedute a chiacchierare al sole con i loro bimbi in grembo; altre due, in lontananza, sono prese dai loro servigi, una di essere porta sul capo un’anfora per l’acqua. Magistrali le luci e le ombre proiettate sui palazzi e sul selciato della piazza. La descrizione è minuziosa, ma l’autore non si perde in un puro descrittivismo, bensì riesce ad infondere l’atmosfera tipica, lo scorrere della vita quotidiana, i colori della piazza tiburtina».
(Febbraio 2026)

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